La storia
A Trinitapoli, in trent’anni di ricerche archeologiche, è stato scoperto un vasto santuario dell’età del Bronzo, con ipogei scavati nella roccia calcarea circa 1800 anni prima di Cristo. Questo sito unico, esteso per circa 5 ettari, è paragonabile a Stonehenge per importanza storica e culturale. Sono stati identificati 15 ipogei, divisi tra minori e monumentali, questi ultimi composti da un dromos (una rampa a cielo aperto), uno stomion (un angusto corridoio sotterraneo) e una sala per rituali legati alla fertilità e al ciclo della vita e della morte, che includevano il sacrificio di animali giovani e la manipolazione di ossa umane. Alcuni ipogei furono successivamente riutilizzati come tombe per centinaia di uomini e donne di ogni età, membri di spicco della comunità territoriale, accompagnati da ricchi corredi funebri contenenti armi e monili in bronzo, perle di ambra, pasta vitrea, faiance e avorio.
Le attività cultuali proseguirono con la “via sacra“, un lungo percorso scavato nella roccia con piccole celle contrapposte a intervalli regolari, accessibili tramite brevi rampe simili a dromos. Queste celle riprendevano in miniatura gli elementi strutturali degli ipogei più grandi, continuando la tradizione cultuale in una forma architettonica diversa per sopperire alla mancanza di spazio.
Inoltre, l’intero santuario è disseminato di almeno 1500 buche ricavate nella roccia calcarea di base e disposte in filari allineati, che travalicano i confini del santuario per estendersi su gran parte del territorio comunale. Datate dal XVIII al IX secolo a.C., queste buche hanno avuto una durata di utilizzo superiore a quella degli ipogei e sembrano poter rappresentare una religiosità individuale. Sono interpretate come “bocche rituali” attraverso le quali si offrivano doni alla divinità, simulando atti di fecondazione o nutrizione simbolica mediante il versamento di sostanze legate alla fertilità. Gli allineamenti di buche seguono tre orientamenti astronomici: il sorgere e il tramontare quotidiano del sole, il sorgere del sole al solstizio d’estate e il lunistizio, un evento ventennale. Queste buche costituiscono il riflesso delle pratiche devozionali che segnavano le grandi feste agrarie, espressione della spiritualità profonda e intima di queste antiche comunità.
La fase di culto
Lo straordinario contesto permette di delineare gli aspetti pregnanti di una tradizione religiosa della quale si sapeva poco per la mancanza di testimonianze scritte.
Il grande santuario era destinato alle cerimonie e ai rituali di fecondità, non tralasciando di porre in relazione il mondo dei segni celesti con le necessità della vita quotidiana.
I riti, che si sono ripetuti nell’arco di ottocento anni almeno, si svolgevano all’interno di strutture ipogee in coincidenza di momenti fondamentali dell’annata agraria.
La fase funeraria
Nel XVI secolo a.C., nel territorio di Trinitapoli, si assistette a una sospensione nella costruzione di nuovi ipogei, probabilmente a causa della trasformazione delle tradizioni rituali e della limitazione degli spazi sotterranei disponibili. Nonostante ciò, l’attività cultuale continuò fino all’XI-X secolo a.C., manifestandosi attraverso la creazione di allineamenti di buche e la realizzazione di una via sacra di rilevanza. Successivamente, tra il XVI e la prima metà del XIII secolo a.C., alcuni dei vecchi ipogei furono riaperti per essere utilizzati come necropoli.
Tra i cinque ipogei individuati interessati dal cambio di destinazione, quattro sono di dimensioni monumentali e uno di dimensioni minori. Questi monumenti sotterranei erano articolati in un dromos di accesso, un corridoio sotterraneo stretto chiamato stomion e una grande sala. La decisione di riutilizzare gli ipogei come necropoli fu accompagnata da un rispetto sacro per il dromos, evitando di violare la sua sigillatura finale con pietre.
La riapertura degli ipogei avvenne per tanto in due modalità: se c’erano ancora spazi liberi circostanti, veniva aggiunto un secondo accesso con un nuovo dromos e stomion; altrimenti, veniva praticato un varco nel corridoio sotterraneo, sacrificando una parte della volta. Queste operazioni consentirono di rendere gli ipogei nuovamente accessibili e di ospitare centinaia di sepolture di individui di entrambi i sessi, evidenziando una pratica funeraria significativa e una continuità nell’uso del santuario nel corso dei secoli.
La geografia
Gli oggetti di corredo documentano quanto il territorio risultasse per nulla emarginato rispetto ai grandi centri propulsori del mondo antico, la prova archeologica dell’esistenza di gruppi dominanti nell’ambito delle comunità indigene in grado di egemonizzare il mercato delle merci ed i rapporti con i Miceneo-ciprioti, iniziati nel corso della prima fase di attività dei circuiti di scambio con l’Egeo, tra XVI-XV sec. a.C. e con le comunità trans-adriatiche. Tali rapporti avrebbero finito per accelerare il processo di dissoluzione delle piccole comunità locali agro-pastorali, a vantaggio della formazione di nuove entità economico-sociali proiettate sul mare, meno accentuato per quelle dell‘interno. Gli elementi che indicano contatti con l’ambito trans-adriatico croato e serbo riguardano le tipologie di oggetti metallici come i monili a occhiali, così come le fogge delle spade richiamano in maggioranza prototipi della pianura padana, dell’Europa centro-orientale o dell’estremo sud insulare italiano. Resta il problema se, in questa fase dell’età del Bronzo, gli scambi di merci di pregio riguardassero oggetti finiti oppure materie prime in seguito lavorate in loco da parte di artigiani stabili o itineranti, indigeni o alloctoni.